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7/22/2008 Balentia e i veri Balentes
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Cos’è la Balentìa?
Non esiste nella lingua italiana un vocabolo che restituisca esaustivamente la concezione di Balentia, perché si entra in una dimensione che contempla in sé concetti assoluti come vigore, ardimento, temerarietà e baldanza di fronte a difficoltà da affrontare.
In realtà attende a una sfera che supera il terreno, se non fosse determinante l’accostare la Balentia alla delinquenza barbaricina del passato (e non solo!)
Nei fatti, qualche scalcinato teppista nostalgico rivendica la Balentia propria, e quella della comunità, che verrebbe usurpata da turisti istranzos, come fanno comprendere alcuni episodi verificatisi in Barbagia ultimamente, nel senso in cui li cita, e li coglie, il poeta-pastore Gavino Ledda, nelle pagine dell’Unione Sarda.
In s’antigoriu, nei tempi cioè della più antica tradizione sarda, si credeva nell’esistenza di uno spirito maligno il cui nome era Balente: era rappresentato come un essere dall’aspetto di bue o di porco, con terribili occhi dallo sguardo infuocato, che si moveva trascinandosi appresso robuste catene.
Un mito, una figura terrificante che, per la sua assoluta negatività, potrebbe aver contribuito ad accostare, sin quasi a sovrapporli, i concetti di Balentia e di delinquenza, di efferatezza, di quel tipo di malaffare spregevole, insensato e ferino.
Ma deu seu cumbinta chi sa Balentia est atera cosa!
Mi vengono in mente i cavalieri della Sartiglia di Oristano che si lanciano in una corsa sfrenata della quale la tensione, l’incertezza e la sorte sono gli ingredienti principali, cioè i veri protagonisti: i cavalieri sono soltanto gli intermediari fra le incertezze, le angosce della comunità contadina e la sorte (sors, intesa come entità labile, sfuggente e ultraterrena) da cui dipendono e a cui tendono, rappresentata da una stella appesa a un filo mediante un nastro verde.
Chi si propone come balente si lancia in un galoppo irrefrenabile con l’unico obbiettivo di cogliere il centro della stella con il suo stocco teso in avanti, in mezzo a due ali di folla trepidante, in un frastuono di rullare di tamburi.
Solo il balente ha il polso fermo e la freddezza per infilzare la stella e portarla a casa.
Più stelle infilzate dai balentes, più fortuna e più abbondanza nei raccolti.
Balentia è una parola magica, che mantiene intatta la capacità di evocare miti, eroi ed emozioni forti fra i giovani sardi.
Di recente ho assistito ad un concerto di un gruppo di tre cantanti che si sono autodefiniti "Balentes".
A un certo punto della serata, messi via gli strumenti, hanno intonato "a cappella", cioè senza accompagnamento strumentale, un canto dolcissimo e melodioso che ha ricreato il placido e continuo cullare di una ninna nanna: le tonalità vocali pur tanto differenti s’accordavano a formare uno strumento magico che riusciva a riprodurre il soffio leggero del vento e lo scroscio delle onde.
Balentia è anche questa, molto simile alla magia. Ben oltre i luoghi comuni. fonte ( Michela Serra da Paraulas) |   7/7/2008 Cagliari: Magia nei secoli
Per chi giunge dal cielo Cagliari si svela come d'incanto, adagiata intorno alle bianche colline calcaree che si elevano tra stagni, lagune ed il moderno sistema portuale che salda la città storica e le sue appendici col mondo mercantile e delle industrie. La città si apre come una grande finestra tra il mare e l'entroterra agricolo, in un miracoloso alternarsi di terra e acque che genera prospettive e paesaggi dai colori talvolta fantastici: dal verdognolo del Molentargius al rosa violaceo delle saline, dall'azzurro del porto canale al giallo di Santa Gilla, per giungere alla distesa sabbiosa del Poetto e al turchese delle acque antistanti. Intorno alla città si sviluppa una cintura di verde che va dai boschi di Capoterra e Uta alla foresta del Sette Fratelli per concludersi agli estremi dirupi del Monte Serpeddì.
Vista dal mare Cagliari acquista un fascino particolare. Tra l'azzurro delle acque, oltre il grigio delle banchine, la città appare quasi immobile, petrosa e arrampicata. "E' una città bellissima, aspra, pietrosa - scriveva Carlo Levi in Tutto il miele è finito - con mutevoli colori tra rocce, la pianura africana, le lagune, con una storia tutta scritta ed apparente nelle pietre, come i segni del tempo su un viso: preistorica e storica, capitale dei sardi e capitale coloniale di aragonesi e piemontesi; una delle più distrutte per i bombardamenti dell'ultima guerra e, in pochi anni, una delle più completamente ricostruite.
La visione dal mare ripropone ancora oggi l'immagine della città evocata nelle antiche stampe care agli ingegneri militari piemontesi e ai viaggiatori dell'Ottocento. Man mano che la nave si avvicina al porto, si scorge la città storica dominata dalle torri medioevali e dalle mura bastionate. Poi si riconoscono i palazzi e le antiche chiese. Strana Cagliari di pietra. Ci inerpichiamo su per una strada fatta come una scala a chiocciola ... Cagliari è molto ripida. A metà, c'è uno strano posto chiamato i bastioni, un ampio spazio pianeggiante simile ad una piazza d'armi con alberi, stranamente sospeso sopra la città, e dal quale parte un lungo braccio, simile ad un ampio viadotto di traverso sopra alla strada a chiocciola che si inerpica verso l'alto. Sopra i bastioni, la città continua a salire ripida verso la cattedrale e il forte: così si esprime D. H. Lawrence in Mare e Sardegna (1921).
Dal castello lo sguardo volge verso il porto, dal quale siamo giunti. La sensazione è piacevole: dall'alto tutto sembra immobile, rarefatto, non si scorge il brulicare confuso della gente, è come se il tempo - andando contro la legge dell'accelerazione universale - avesse smesso di correre. Ma così non è. Il respiro del porto è ampio e complesso, a tratti enigmatico. Per chi giunge dal mare il primo contatto con la città è dato proprio dal porto: un paesaggio magico, anche se in continua evoluzione - luogo di traffici, di riflessione e di solitudine - che dà alla città un grande respiro. Cagliari, porta del Mediterraneo che collega l'Europa Continentale con l'Africa ed il Medio Oriente. Ma anche una grande profondità: è nel porto che in primo luogo si misura la capacità di apertura e di dialogo della città con l'esterno.
Cagliari, sicuro approdo sin dal periodo fenicio, ricollega lo sviluppo del porto al sorgere ed al diffondersi della vita mercantile e commerciale: il grano, la lana, i formaggi, l'olio, il vino, il sale, i minerali - sin dal dominio di Cartagine e poi di Roma - passavano attraverso il porto, anche se la sua dislocazione non era proprio l'attuale. E ancor oggi gran parte dei commerci ruota intorno ai moli e alle banchine.
Cagliari è città antichissima che, nella sua lunga storia, ha svolto ruoli diversi: principalmente è stata emporio e roccaforte con accentuazione di una funzione sull'altra a seconda delle contingenze. La sua posizione baricentrica nel Mediterraneo e l'accessibilità del sito ne fecero un approdo sicuro, privilegiato nell'ambito delle più importanti rotte commerciali sin dall'epoca classica.
Gli antichi insediamenti sono testimoniati ancora oggi dall'impotenza dei monumenti e dei ruderi tramandati: la necropoli fenicio-punica di Tuvixeddu, che rappresenta la più vasta ed importante area sepolcrale del Mediterraneo; la Grotta della Vipera, monumento funebre ma anche tempio dell'amore e della poesia; l'Anfiteatro Romano. Ma, al di là delle emergenze architettoniche, l'antica civiltà che popolò questa nuova terra trova conferma nei numerosi reperti sistemati nel Museo Archeologico di Cagliari, allestito presso la Cittadella dei Musei in un area, di grande suggestione e panoramicità, che ospitò in precedenza il Regio Arsenale.
La Cittadella è posta all'estremità del Castello di Cagliari, il quartiere di origine medioevale - le torri che svettano sono ancora quelle edificate ai primi del Trecento sotto la dominazione pisana - che, unitamente a La Marina, Stampace e Villanova, conserva l'anima e il sentimento profondo della città. Qui sorgevano i più importanti edifici: il Palazzo Viceregio (che, durante il soggiorno dei Savoia a seguito dell'esilio da Torino, potè diventare Palazzo Reale), l'Episcopio, il Palazzo Comunale. Gli edifici esistono ancora. Il Palazzo Viceregio (ora di proprietà della Provincia di Cagliari) ospita il Prefetto e nelle sue sale ancora campeggiano le tele dei vicerè. Anche il Palazzo Civico permane ma la funzione amministrativa viene assolta in altri edifici ubicati oltre la città murata. L'Arcivescovo è l'unico che resiste al suo posto quasi a voler testimoniare la forza della fede nei secoli.
Ma il Castello non è stato solo il centro del potere ed il luogo in cui si sono sovrapposte le diverse dominazioni esterne: pisana, aragonese, spagnola e piemontese. Il Castello unitamente agli altri quartieri storici - ha rappresentato anche lo spazio fisico ove si è gradualmente formata, nelle diverse epoche e nel contrasto con i gruppi dominanti, la coscienza civile e politica del popolo sardo sino all'affermazione della sua peculiarità storica. Qui si riunivano gli Stamenti (gli antichi parlamenti sardi) ed ha preso forza - in una vicenda plurisecolare fatta di vittorie effimere, di lunghi silenzi ma anche di conquiste stabili - l'idea autonomista, fondamento della moderna democrazia e segno distintivo del nostro popolo.
In un momento di grande e necessaria apertura e di imponente modernizzazione - l'attivazione del moderno porto canale e la realizzazione del nuovo aeroporto ne costituiscono ulteriore conferma - il recupero dell'identità e della memoria storica sono i dati dai quali bisogna partire: non il ricordo romantico, sempre più vago, di un passato che precipitosamente si allontana con le sue fugaci ombre, ma l'acquisizione della consapevolezza - che deve poggiare su sicure basi scientifiche - che ciò che noi oggi siamo, la Cagliari che si affaccia all'alba del terzo millennio, è il frutto di una lunga e complessa vicenda storica che ha segnato in modo indelebile non solo gli spazi e i luoghi ma anche la coscienza degli uomini ed il loro modo di operare.
5/20/2008
I Guerrieri Shardana: il popolo del mare
Il popolo sardo ha radici antichissime . I resti umani ritrovati nella grotta Corbeddu, in località Lanaittu , presso Oliena risalgono a oltre 10.000 anni prima di Cristo. Nei millenni successivi si sviluppano varie culture che prendono il nome dalle località dove sono stati rinvenuti i reperti più importanti: Su Gorropu, Filistru, Grotta Verde ed altre.Tipici di questo periodo sono gli strumenti di selce e osso lavorati , ceramica variamente decorata vasi in terracotta e pietra. di particolare rilevanza, il largo uso dell’ ossidiana ( specie di vetro vulcanico durissimo, che consentiva di produrre punte di freccia, coltelli e raschietti affilatissimi) che |